Il Matrimonio? Preferisco Guidare Il Mio Motorino In Giro Per L’Africa Prima

Mia nonna Patricia non ha mai mancato di coraggio, non era neanche conformista. Anche se nata nel 1928 ed è cresciuta nella campagna del New South Wales e del Queensland meridionale, le sue ambizioni si estendevano ben oltre quelli di diventare una giovane madre o una bibliotecaria locale, che avrebbero comunque dato la possibilità di mantenere la sua famiglia. Invece, dopo un’infanzia passata a crescere i suoi fratelli, e un’adolescenza durante il quale decise di diventare insegnante, si è rivelata una donna capace ed indipendente così ha deciso di ampliare il suo mondo di qualche migliaio di chilometri.

Nel 1956, quando aveva 28 anni, lei ed un’amica acquistarono biglietti aerei per l’Europa. Lì, comprarono un motorino: un ‘Zündapp Bella’, fabbricato in Germania (l’amica di Patricia non era contenta visto che nell’epoca c’era ancora risentimento del dopoguerra, ma quel motorino affidabile senza dubbio ha contribuito in modo significativo alla loro sopravvivenza). Le due donne erano allora pronte a viaggiare attraverso l’Europa, andando sempre più sud, verso l’Africa.

All’inizio, il viaggio è andato bene. Patricia e la sua amica raggiunsero il Marocco e lavorarono insieme come dattilografe in una base militare americana a Casablanca, risparmiando soldi per i loro viaggi. Partirono poi per il Senegal. A parte un guasto sul bordo del Sahara – un camionista Tourag salvò la situazione – tutto è andato relativamente liscio.

Però dopo aver raggiunto il Senegal, l’amica di Patricia ricevette notizie di un parente malato in Australia e non aveva altra scelta che tornare a casa.

Patricia è stata lasciata completamente da sola.

Sarebbe stato comprensibile se avesse preso un paio di foto di Dakar e fosse tornata anche lei a casa; la sua famiglia aspettava che si sistemasse e mettesse su famiglia non che partisse per girare l’Africa.
Ma lei era una donna di viaggio negli anni cinquanta ed era quindi abbastanza d’avanguardia. Salutata la sua amica, si è tappata le orecchie per non sentire le idee su come dovrebbero essere le giovani donne, ed è rimontata in sella.

Viaggiò attraverso il Mali e il Burkina Faso, seguendo il fiume Volta giù verso Ghana. Una volta nella capitale Accra, si fermò per rifornire i suoi risparmi lavorando come insegnante nella Scuola Achimota.

È stato mentre lei era lì che alcuni nuovi amici la presentarono a un espatriato britannico che lavorava in una delle banche della città. Per farla breve, si innamorò di lei nel giro di poche settimane e voleva che restasse in Accra. Ciononostante, Patricia non aveva alcun desiderio di essere vincolata. Anche se accettò di fidanzarsi, gli disse che tuttavia aveva intenzione di portare avanti i suoi viaggi prima di sposarsi – e questo è esattamente quello che ha fatto.

Dopo aver lasciato il Ghana, Patricia viaggiò verso est attraverso il Togo, Benin e Nigeria. Numerose avventure seguirono: la più rilevante è stata quando un cane rabbioso la inseguì attraverso un terreno aspro e la tirò giu dal suo motorino. Rottosi il piede, dovette trascorrere diverse settimane ricevendo iniezioni di rabbia nello stomaco. Eppure rimase imperterrita a continuare i suoi viaggi. Una volta riprese le forze, viaggiò attraverso l’Africa centrale; in Uganda, quando l’è stata rimossa l’appendice, un terremoto ha scosso le pareti del suo reparto ospedaliero mentre si ristabiliva; poi ha attraversato il fiume Congo.

Patricia continuò a viaggiare in giro per il continente fino al 1959. Era diventata scrittrice oltre ché insegnante, e prendeva ampie note per i suoi libri futuri sulla fauna africana e il continente. La gente locale che ha incontrato era quasi universalmente cordiale e ospitale. Quando non dormiva all’addiaccio, Patricia era spesso favorevole a passare le notti in piccoli villaggi e comunità. A proposito, per quanto riguarda l’espatriato britannico, alla fine l’ha sposato. Lui l’aspettò mentre viaggiava e l’ha amata fino alla sua morte, quindi, alla fine, si era rivelata una buona decisione.

Se vi sto raccontando questa storia, è perché mia nonna non era una donna famosa (a parte in alcuni gionarli dimenticati di mezzo secolo) – ma è una fonte di ispirazione continua per me. Non è nata in circostanze eccezionali con ampi orrizonti, ma ha sempre cercato delle opportunità fuori del suo piccolo mondo. Era anche abbastanza femminista per la sua epoca: quando mia mamma ha annunciato il suo desiderio di sposare mio padre nei suoi trent’anni, Patricia ha detto: “Di già?”. Inoltre, sempre cercava cose nuove da fare, come viaggiare attraverso l’Australia per fare ricerca sull’educazione nelle aree svantaggiate, anche se gli altri erano scettici. Per me farsi corraggio e vivere così non mi sembra niente male.

La storia di Patricia mi fa pensare che ci sono sicuramente tante persone nel mondo che hanno delle storie interessanti e che hanno vissuto delle vite eccezionali. Forse è una sola domanda ha separarvi da una storia indimenticabile?

Non si può sapere, ma in ogni caso, vale la pena chiedere. Chi intorno a te sta vivendo – o ha veramente vissuto – una vita straordinaria?

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Marriage? I’d Rather Ride My Scooter Around Africa First

My grandmother Patricia never lacked courage, and was no conformist either. Even though she was born in 1928 and raised in the countryside of New South Wales and southern Queensland, her ambitions extended well beyond those of becoming a young mother or local librarian, which would have allowed her to support her family very easily. Instead, after a childhood spent raising her siblings and an adolescence during which she decided to become a teacher, as a capable and independent woman, she decided to expand her world by a few thousand kilometres.

In 1956, when she was 28 year old, she and a friend bought plane tickets for Europe. There they bought a motor scooter: a ‘Zündapp Bella’, made in Germany (Patricia’s friend wasn’t pleased – there was still a lot of post-war resentment in the era – but that reliable scooter no doubt contributed significantly to their survival). The two women were consequently ready to travel down through Europe and into Africa.

The journey initially went well. Patricia and her friend reached Morocco and worked together as typists in an American military base in Casablanca, saving money for their travels. They then left for Senegal. Apart from a minor breakdown at the edge of the Sahara – a Touareg truck driver saved the day – everything went relatively smoothly.

After reaching Senegal, however, Patricia’s friend received news of a sick relative in Australia. She had no choice but to return home.

Patricia was left entirely on her own.

It would have been entirely understandable had she simply taken a few photos of Dakar and then returned home too; aside from anything else, her family expected her to settle down and start her own family, not go travelling around Africa.

Yet she was a female traveller in the 1950s and was therefore rather avant-garde. She farewelled her friend, closed her ears to ideas about how young women should be, and got back on the bike.

She travelled across Mali and Burkina Faso, following the Volta River down towards Ghana. Once in the capital of Accra, she stopped to replenish her savings and worked as a teacher at the Achimota School.

It was while she was there that some new friends introduced her to a British expatriate working in one of the city’s banks. To make a long story short, he fell in love with her after only a few weeks and wanted her to stay in Accra. Patricia, however, had no desire to be tied down. Even though she accepted to become engaged, she told him she still fully intended to continue her travels before marrying – and that’s exactly what she did.

Upon leaving Ghana, Patricia travelled east through Togo, Benin, and Nigeria. Numerous adventures ensued, the most notable potentially being when a rabid dog chased her across slow terrain and pulled her off her scooter; she broke her foot and had to have several weeks of rabies injections into her stomach. Yet she remained undeterred from journeying further. Once relatively well-recovered, she travelled through central Africa; had her appendix removed in Uganda, experiencing an earthquake which shook the walls of her hospital ward while convalescing; and then crossed the Congo River.

Patricia continued to travel around the continent until 1959. She was an author as well as a teacher, and took copious notes about African wildlife and the continent in general for her future books. The local people she encountered were almost universally friendly and hospitable; when not sleeping rough or in rest-houses, Patricia was often allowed to spend the night in small villages and communities. As for the British expatriate, she did eventually marry him. He waited for her while she travelled and he loved her until she died, so it turned out to be a good decision.

If I’m sharing this story with you, it’s because my grandmother wasn’t a famous woman (other than in a few forgotten mid-century newspapers) – but she is a continual source of inspiration for me. She wasn’t born into exceptional circumstances with broad horizons, yet she always looked for opportunities outside of her little world. She was also rather feminist for her time: when my mother announced her wish to marry my father in her late twenties, Patricia said: “Already?” Moreover, she was always seeking out new challenges even when others were sceptical, such as travelling across Australia to research education in disadvantaged areas. To me, living in such a manner, with such pluck and nerve, seems like a commendable existence.

Patricia’s story makes me think there are surely multitudes of people in the world who possess interesting stories, and who have lived exceptional lives. Perhaps we’re only ever separated from an unforgettable story by a simple question?

It’s impossible to know, but in any case, it’s worth asking. Who around you is living – or has truly lived – an extraordinary life?

Many thanks to Alessio Marrone for proofreading this article: the final version is infinitely better than its predecessors thanks to you!